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Cambiamenti climatici a tavola, ecco i cibi più a rischio

Come i cambiamenti climatici influenzeranno le nostre abitudini alimentari (e le nostre tasche)?

Birra (foto: rez-art/iStock/Getty Images Plus)

Gli avvertimenti si susseguono da anni e ormai, sostengono gli esperti, siamo con tutti i piedi in zona rossa: la soglia oltre cui sarà impossibile evitare conseguenze estreme per il clima del nostro pianeta è prossima. 2020, dicono. E se i modelli matematici di previsione avessero ragione, l’umanità dovrà ingoiare un sacco di bocconi amari. O almeno lo farà chi avrà il portafogli abbastanza pieno per permetterselo. Qualora non corressimo ai ripari e non fossimo in grado di adattare i nostri metodi agricoli ai cambiamenti in corso, le conseguenze del riscaldamento globale sull’agricoltura e l’economia potrebbero costringerci a modificare le nostre abitudini, anche a tavola.

È infatti di pochi giorni fa la notizia che la birra, una delle bevande più accessibili e amate nel mondo, rischia di diventare un lusso per pochi per colpa di siccità e ondate di caldo estreme che metteranno e dura prova la resa delle coltivazioni di orzo. Tanto che, secondo gli autori della ricerca pubblicata su Nature Plants, nel 2099 potremmo pagare quasi 4 euro in più per una birra media.

E l’orzo non sarà l’unico a rimetterci. Ecco allora quali alimenti potrebbero subire le maggiori ripercussioni a causa dei cambiamenti climatici.

Mais
Vi piace sgranocchiare pop corn mentre guardate un film? E quanto, nel tepore di un rifugio alpino, rinfranca corpo e spirito un bel piatto di polenta e funghi dopo un’escursione? Sappiate che non dovreste dare il mais per scontato. Secondo uno studio delle Università di Washington, del Minnesota e di Stanford, infatti, se le temperature globali del pianeta aumentassero nei prossimi 80 anni di 4°C, la produzione di mais nelle grandi pianure degli Stati Uniti subirebbe un dimezzamento. E anche se riuscissimo a rispettare gli obiettivi degli accordi di Parigi limitando l’innalzamento delle temperature a 2°C, la produzione di mais diminuirebbe comunque del 18%. I ricercatori hanno anche predetto che il rischio che i primi quattro esportatori di mais del mondo (Stati Uniti, Brasile, Argentina e Ucraina) soffrano nello stesso momento di un calo nella produzione agricola del 10% (o più) è di circa il 7%, se la temperatura media aumentasse di soli 2°C. Ma se le temperature salissero di 4°C, le probabilità aumenterebbero fino a uno sconcertante 86%. Insomma, tra un secolo una pannocchia potrebbe valere quanto un lingotto d’oro.

I motivi? In parole povere l’aumento delle temperature medie rende l’aria del pianeta più calda, ne mantiene l’umidità e può rendere le precipitazioni molto più intense. Tanto intense da causare danni alle coltivazioni o da provocare inondazioni che sommergerebbero i raccolti e promuoverebbero la circolazione di molti più agenti patogeni.

E il pericolo non deriva solo dalla devastazione di un eccesso di acqua, ma anche dal suo opposto: la siccità. Perché se il mondo continua a scaldarsi, spiega il direttore del Center for Climate Systems Research della Columbia University Michael Puma, le falde acquifere sotterranee che sostengono il 10% delle colture dei principali produttori del pianeta si consumeranno a un ritmo più elevato di quello che impiegano per ricaricarsi. Un fenomeno, avvisa Puma, che è già in atto nelle grandi pianure degli Stati Uniti così come in India e in Pakistan, nella Cina nord-orientale e in Medio Oriente.

Riso
Carenza d’acqua e siccità? Una delle prime vittime sarà il riso, un alimento alla base della dieta di oltre la metà della popolazione sulla Terra, che, come è noto, cresce in campi inondati di acqua dolce. In Asia, dove gran parte delle risaie si trova nelle zone costiere e lungo le foci dei fiumi, un altro pericolo deriva dall’innalzamento del livello di mari e oceani conseguente allo scioglimento delle calotte polari. Le coltivazioni di riso, inondate di acqua salata, cesserebbero.

Carne e latte
Carnivori, c’è la concreta possibilità che dobbiate ridiscutere le vostre preferenze alimentari. Secondo un rapporto della National Academy of Sciences del 2011, per ogni grado in più segnato dal termometro del pianeta ci sarà una diminuzione del 5-15% nella produzione agricola complessiva. Coltivazioni che – è bene ricordarlo – sono impiegate in buona parte per l’alimentazione del bestiame. Meno mangime a disposizione degli allevatori a un costo più elevato significa una maggiorazione del prezzo del prodotto finale per il consumatore. La carne, insomma, potrebbe diventare un alimento davvero per pochi.

Se mangiare meno carne non potrà che farci bene, non bisogna comunque trascurare l’impatto che la minore disponibilità di foraggi per animali avrà sulla produzione dei prodotti caseari, in primis il latte. La produzione di latte, inoltre, potrebbe venire intaccata dalle ondate di calore che diventeranno più frequenti: le vacche da latte sembrano essere particolarmente sensibili a questo fenomeno, che oltretutto rende il bestiame meno fertile e più vulnerabile alle malattie. E per combattere malattie e parassiti gli allevatori sarebbero costretti a ricorrere a medicinali e sostanze chimiche, che potrebbero così entrare nella nostra catena alimentare.

Pesci e frutti di mare
Le acque dell’oceano non sono mai state così calde da quando l’essere umano ha cominciato a raccogliere dati sulle temperature alla fine dell’800. Una delle conseguenze è la migrazione delle specie marine verso nord, alla ricerca di acque più fresche. Basti pensare che negli ultimi anni nelle acque del Portogallo sono state ritrovate 20 specie provenienti da latitudini inferiori. Un fenomeno simile sta avvenendo negli Stati Uniti dove l’aragosta americana, il nasello rosso e il branzino nero si sono spostati di diversi chilometri più a nord. Più che scomparire, dunque, le specie animali si spostano andando a occupare habitat di altre specie e ingaggiando una competizione per le risorse che a lungo andare può comprometterne la sopravvivenza. E se anche i pesci non stanno sparendo, la loro disponibilità sul mercato potrebbe essere messa in discussione dalla capacità e dalla possibilità dei pescatori di adattarsi al cambiamento degli ecosistemi: seguire il pesce o mettersi in gioco per imparare a catturare nuove specie?

Acque più calde, inoltre, significano modifiche delle abitudini, della fisiologia e del metabolismo della fauna ittica: i tempi di riproduzione, per esempio, potrebbero cambiare, così come il metabolismo, modificando l’accumulo di sostanze tossiche come il mercurio (un tipo di inquinamento che deriva direttamente dai combustibili fossili, finisce nell’oceano e si accumula nelle creature marine).

Oltre che più calda, l’acqua degli oceani è anche decisamente più acida che in passato (il 30% in più rispetto ai valore pre-rivoluzione industriale), avendo assorbito circa un terzo dell’anidride carbonica immessa in atmosfera dalle attività umane. L’aumento dell’acidità influisce sullo sviluppo di alcune larve di pesci, scardinando la composizione delle specie microbiche dell’oceano alla base di tutta la catena alimentare. Inoltre l’acidità determina la minore disponibilità di ioni calcio disciolti in acqua – quel carbonato che viene usato da alcune specie marine per costruirsi gusci ed esoscheletri: solo per fare un esempio, cozze e lumache di mare hanno già ridotto lo spessore delle proprie conchiglie, esponendosi così a maggiori rischi.

Un sistema complesso
Sono davvero tante le specie vegetali e animali che siamo abituati a vedere comunemente sulle nostre tavole che potrebbero, per così dire, cambiare status sociale e diventare prodotti di consumo elitari. L’argomento però è davvero complesso e le certezze non sono molte. Più che di scomparsa di alcuni cibi, per esempio, si dovrebbe parlare di spostamento di fasce climatiche. Ciò significa che quello che oggi si coltiva a latitudini temperate, domani potrebbe trovare terreno e clima più favorevoli in altre parti del mondo, che dunque almeno per un periodo potrebbero trarre benefici economici dai cambiamenti climatici. Senza dimenticare che, come cita il report dell’Ipcc, ci sono coltivazioni (come le patate) che potrebbero trarre vantaggio da un ulteriore aumento della concentrazione di anidride carbonica in atmosfera.

Quello che è certo è che, scaduti i termini per correre ai ripari, se l’umanità con le sue politiche e le sue tecnologie non farà niente per evitarlo, la fame nel mondo sarà un problema molto più diffuso di quanto non lo sia ora. E potrebbe toccarci molto da vicino.


Fonte: WIRED.it

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